La solitudine

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La solitudine

di Nereo Trabacchi

E così, seduta su quella panchina stringendo un cono gelato per metà sciolto tra le dita, si trovò per la prima volta a pensare cosa fosse davvero la solitudine, o meglio, quanti tipi di solitudine esistessero al mondo. I pensieri erano disordinati e noiosi come un puzzle da un milione di pezzi che si sa bene non si terminerà mai. Dando una leccata al gelato, più per dovere che non per piacere, pensò di mettere ordine facendo una classifica, o meglio una lista, di tutti i tipi di solitudine che conosceva, ma ripromettendosi di non commettere proprio l’errore più comune, là dove la maggior parte delle persone che stila la lista della spesa non mette impegno e disciplina considerandola azione frivola, molto meno importante di scrivere un libro, lasciando così che imprecisioni, fretta e leggerezza, impediscano di arrivare a casa con davvero tutto quello che necessita. Molto più seccante di un raro refuso all’interno di un romanzo che mai si pubblicherà, tenuto a soffocare all’interno di un cassetto. Su queste solide e necessarie basi calcolò come la peggiore certamente sia la solitudine vera, ovvero quella forzata per causa degli altri e non dei propri limiti. Ospizi, ospedali, ricoveri, orfanotrofi, tutti luoghi si solitudine concreta, non certa desiderata, e purtroppo in alcuni casi sofferta da vittime del “occhio non vede, cuore non duole”, tristemente amplificata dal fatto che l’occhio e il cuore sono sempre di qualcun altro. In forte contrasto suona chiaramente la solitudine volontaria la quale per ironia della sorte pur chiamandosi nello stesso modo, è desiderata dal soggetto per il raggiungimento del proprio benessere. Isolamento, silenzio, eremitaggio, clausura, o più semplicemente come oggi è moda dire “ritagliarsi un momento per sé…”.
Ovviamente chi opta per questa seconda soluzione, a differenza della prima, oltre la libertà della stessa, vanta la possibilità di poterla interrompere quando meglio crede o lo desidera, rendendola così un po’ meno “onesta” agli occhi di chi questa opzione non ha.
Mordicchiando il cono ormai ridotto in pappetta, comprese come questa prima distinzione sia forse la principale dalle quali poi si diramano tutte le altre più sottili, meno evidenti, spesso subdole, difficilmente ammesse anche a sé stessi, ma compagne della quotidianità. La solitudine nella difficoltà di ammettere un problema, un limite, uno stato emotivo. La solitudine nella vergogna per qualcosa che ci è accaduto, nel denunciarlo e nel farlo terminare. La solitudine in uno stato d’animo che non necessariamente sfocia in malattia ma che scava in petto e mente nella nostra quotidianità per il terrore di non essere capiti da quella società che si aspetta una proiezione di noi sempre forte e vincente. L’atroce senso di solitudine di chi ossessivamente si ostina nel contornarsi di persone, eventi, incontri, partner e mille altre cose, ottenendo poi l’effetto contrario al sapor di paradosso come nella maggior parte dei bevitori di camomilla. Gettò quello che rimaneva del cono spappolato e dopo aver pulito la bocca con il fazzolettino di carta ormai bagnato di sudore, si alzò dalla panchina e iniziò a passeggiare con le mani appiccicaticce affondante nelle tasche, ragionando sulla necessità di dover considerare anche la solitudine per “stronzeria”, ovvero quella che circonda coloro che se la cercano a causa di comportamenti, atteggiamenti, menzogne, parole, pensieri, opere e omissioni. Infatti non tutti i “soli” sono brave persone e spesso si trovano in tale stato sociale non per colpa altrui, ma per farina scadente dei loro magri sacchi.
Giunse così sul sagrato dove le persone si stavano riversando in uscita dalla Chiesa per lasciare poi spazio ai portantini che in spalla reggevano la bara di legno chiaro in cui era rinchiuso il suo stesso corpo. Aveva scelto di non partecipare al proprio funerale perché era nelle opzioni di scelta dettate dal Grande Capo al momento del trapasso, al fine di evitare la visione della sofferenza agli estremi della sua stessa definizione: quella vera di chi l’amava e quella falsa di chi la ignorava ma doveva comunque essere presente. Ora si sarebbe potuta abbondonare all’ultima delle solitudini, quella eterna perché “ci sono giorni in cui la solitudine è un vino inebriante che ti ispira libertà, altri in cui è un tonico amaro, e altri ancora in cui è un veleno che ti fa sbattere la testa contro il muro”, un po’ come quello che lei bevette nel momento in cui comprese che essere adulti è essere soli.

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Aforismi piacentini (impossibili)

ALCUNI AFORISMI (IMPOSSIBILI) DI PIACENTINI ILLUSTRI O DI PERSONE (E COSE) CHE HANNO AVUTO A CHE FARE CON PIACENZA

di Nereo Trabacchi

 

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“Inutile girarci tanto attorno…” (S.Antonino Piacenza)

 

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“In vecchiaia tutto diventa lontano, anche la stanza accanto…” (Carlo Luigi Villa Maruffi)

 

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“Se non la smettete di rompere vi sbatto in collegio…”

(Cardinale Giulio Alberoni)

 

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“Ma tiè…”

(Giovanni Battista Nasalli Rocca)

 

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“In città, in mancanza di cavalli, trottano gli asini…”

(Alessandro Farnese)

 

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“La prosituzione è peccato…”

(Vincenzo Maculani)

 

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“Fa acqua da tutte le parti…”

(Nino Bixio)

 

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“Sono a senso unico…”

(Giovanni Battista Scalabrini)

 

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“Non sto certo qui a rodermi…”

(Fegato Etrusco)

 

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“Adoro fermare le persone e parlare con loro molto a lungo…”

(Francesco Torta)

 

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“Mettiamoci una pietra sopra…”

(William Xerra)

 

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“Un paio li piazzo sullo sbaracco…”

(Giovanni Paolo Panini)

 

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“Per capire che in questa città i conti non tornano, non c’è certo bisogno di un ragioniere…”

(Gian Domenico Romagnosi)

 

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“L’acqua senza bollicine è come una donna senza peli…”

(S.Andrea)

 

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“Nella vita non importa con chi vai, ma con chi vieni…”

(Pompino del Facsal)

 

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“Cerco sempre di evitare il casino sullo Stradone Farnese…”

(S.Rita)

 

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Sono nato in un buco, ho vissuto in un buco, morirò per un buco…”

(Il Rat della Muntà)

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“E’ un classico…”

(Melchiorre Gioia)

 

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“Cazzo, la coda…”

(Lucertola delle Poste – Piacenza)

 

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“In provincia c’è poco campo…”

(Pomodoro Piacentino)

 

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“Ne tira più un pelo di fig… di un elefante”

(Annibale fuori dall’Avila alle tre del mattino)

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“Che città da figa…”

(Gigi Rizzi da Piacenza)

 

 

 

 

 

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La Mattinata – di Nereo Trabacchi

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Quando gli fu diagnosticata la malattia, sua moglie era al terzo mese di gravidanza.
“Quattro mesi, sei al massimo…” furono le lapidarie parole utilizzate dal medico quando tassativamente pretese di sapere la verità. Una sentenza di morte, senza appello, il cui risultato fu quello dell’immediato distacco di quella sorta di “spinotto” alla base del capo collo attraverso cui tutti noi trasmettiamo e facciamo viaggiare ordini e informazioni dal cervello al resto del corpo. Così, navigando in quella sorta di incoscienza e artificiosa falsa serenità prodotta e trasformata dai farmaci in chimica indulgenza, il compito più difficile era la tassativa necessità di tenere due precisi conteggi in simultanea, entrambi alla rovescia: il primo conducente alla sua prematura morte, il secondo indirizzato alla nascita del figlio. Entrambi improvvisamente velocissimi, necessari, inevitabili e soprattutto improrogabili. Certo, l’unico preciso scopo era quello di posticipare al massimo il primo e sperare che senza complicazioni, si anticipasse leggermente il secondo, solo così poteva sperare di conoscere il proprio figlio e poter passare, per quanto minimo e sterile di ricordi paterni, un po’ di tempo insieme a lui. I giorni passavano spediti tra inutili lacrime familiari, stupide pacche di speranze, saluti di commiato più necessari ai sani e salvi che non a lui, e soprattutto ai continui calcoli con datario alla mano, che lo gettavano nello sconforto più totale quando i dolori nel suo corpo si facevano più intensi, e lo risollevavano quando il ginecologo della moglie li rincuorava sulla regolarità delle tempistiche. Trascorsero così cinque lungi ma veloci mesi, vissuti da lui esattamente come il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, orologio alla mano e in perenne ansia di essere in ritardo, là dove nel suo caso però si augurava di non essere troppo in anticipo. A venti giorni dalla data prevista per il parto, mancavano anche venti giorni alla scadenza dei suoi sei mesi, e mentre i due tempi viaggiavano continuamente e con tragica precisione in parallelo, lui comprese, come solo il malato terminale può comprendere, che non un’ora in più gli sarebbe stata concessa. A dieci giorni dal punto di non ritorno, mentre era coricato nel letto impegnato a raccogliere ogni briciolo di forza per accarezzare suo figlio nel ventre materno, ragionava su come quei pochi centimetri di pelle e carne fossero la più crudele delle barriere e di quanto spesso le persone ne erigano di inutili perdendo così il profumo di tantissime cose. In quell’istante lo abbandonarono i sensi rendendo necessario il suo immediato ricovero con il viso rigato da un pianto cadente fino a una bocca grata del fatto che lacrime non abbiano sapore. Mancavano ormai solo due giorni e come un piano quasi perfettamente riuscito, la moglie fu colpita dalle prime doglie e ricoverata nello stesso ospedale che in barba a tutte le regole li mise nelle stessa stanza. Lui pretese la somministrazione di farmaci minima, ma solo necessaria a non morire prima per i dolori che non per la malattia, al fine di rimanere il più lucido possibile e portare con sé, ovunque fosse diretto come miscredente, un vago ricordo del viso e dell’amore figliale. In cuor suo sapeva che poteva farcela… Era l’alba del gran giorno, il suo bambino nacque alle sei del mattino e gli fu adagiato nel letto, tra il suo fianco e lo scheletrico braccio a far da provvisoria, fragile ma fortissima culla. Lui che pensava di “non avere tempo”, ebbe la grande fortuna e ricchezza di avere una mattinata intera, tutta per loro. Quasi quattro ore, durante le quali le loro vite riuscirono a correre parallele, con uno scambio di leggeri sorrisi, senza lacrime e senza vagiti, protetti da una bolla di serenità talmente spessa e resistente che se fosse caduto loro addosso l’ospedale intero ne sarebbero usciti illesi. Poi, come previsto, il braccio/culla si lasciò cadere dal bordo del letto, il piccolo fu riportato dalla madre e proiettato verso una vita senza padre, ma già carico di una prima grande esperienza che in tanti non comprendiamo neppure in tarda età, là dove pensiamo di avere tutto il tempo, ma non essendo così è necessario viverlo per qualità e non per quantità.
Alice: “Per quanto tempo è per sempre?” Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

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Le finestre sul tempo di Piacenza…

Foto: Nereo Trabacchi

Da alcuni giorni in città si sta verificando uno strano fenomeno. Solo per alcuni istanti per le strade del centro storico di Piacenza, si stanno aprendo delle finestre “sul” tempo, attraverso le quali non è possibile viaggiare, ma solo sbirciare…
Infatti come potete  vedere da queste foto scattate al volo, gli strappi temporali creano affacci sulla nostra città all’inizio del secolo scorso, quasi perfettamente incastrati nel quadro panoramico del presente, e questo permette di vedere le sostanziali, quanto affascinanti, differenze. Nella foto numero uno infatti all’improvviso si è incastrato nel Largo Battisti attuale, un sabato mattina dei primissimi anni ’20 del 1900, dove i piacentini passeggiavano elegantemente, con ombrellini para sole e cappello in testa.
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Nella foto numero due, possiamo notare come il parcheggio selvaggio in piazza Cavalli, polemica tanto attuale, sia per noi un problema storico…

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Nella numero tre, un veloce passaggio di carretti verso il mercato…

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La numero quattro, non solo è stata la più sofferta da cogliere essendo stata scattata da un palazzo e che ora non c’è più, ma regala la rara immagine di una delle arcate del Gotico chiuse da mattoni e la presenza di una inquietante finestra.

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La numero cinque ha causato problemi di traffico non indifferenti, infatti all’improvvisa apertura di questa finestra sul tempo i piacentini si sono trovati un tram di traverso in via Cavour mandando il traffico in tilt…

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La fotografia temporale numero sei ha un fascino tutto suo: infatti mentre stavo aspettando di l’ascensore che porta sul campanile del Duomo, è comparso come un fantasma dal passato: un venditore di buslanêi per i bimbi che stavano facendo la fila per salire…

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Nella foto sette, questa mattina un’altra finestra del tempo si è aperta e così ho potuto bere il caffè al Bar Caffè Espres, sull’angolo tra Via Chiapponi e Via XX Settembre… Poi ho chiesto agli eleganti amici conosciuti lì, se potevano posare per una foto ricordo…

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Nella finestra temporale numero otto deve essere successo qualcosa al maccanismo del tempo… Infatto quando si è aperta ancora gli anni si sono accorciati e questa volta su Piazzale Genova e per poco non vengo risucchiato negli anni ’60….

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Alla numero nove invece qualcosa di davvero nuovo: mai come in questo caso possiamo dire infatti che non esistono più le mezze stagioni… Mentre in questi giorni impazza un caldo afoso, (per la gioia degli amanti della cafon-canotta e ciabatta rumorosa), il tempo pare volerci dare una lezione aprendo la finestra su una gelida e nebbiosa piazza dè Cavalli dei primi del ‘900, con piacentini intabarrati, incappellatti, ma sempre schivi e concentrati sulla loro meta, calpestando però, lo stesso storico lastricato…

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Mentre bevevo un caffè in via Cavour, udii uno strano scampanellìo provenire da via Roma, seguito da un fruscio metallico… Ho subito capito che qualcosa stava arrivando dall’apertura di una nuova finestra sul tempo…

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Una mattina alle 7 una nuova improvvisa finestra sul tempo si è aperta in Piazza Cavalli, attraverso la quale era possibile sbirciare pochi secondi dei primissimi anni ’60..

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Stavo facendo due passi in via Roma, quand’ecco che una delle solite finestre sul tempo che mi stanno perseguitando da giorni, si è aperta su un evento nefasto: è il 30 aprile del 1945. Alcune bare con salme di patrioti piacentini caduti per difendere le porte della città, vengono portate a spalla verso Barriera Roma, qui caricate su carri funebri trainati da cavalli e condotti al cimitero cittadino..

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Ed ecco la tredicesima finestra sul tempo in cui sono incappato… Camminavo in piazza Duomo e si è aperta esattamente sulla mattina del 5 maggio 1944… La notte prima la città è stata colta di sorpresa per il mancato funzionamento dei dispositivi di allarme anti aereo. L’attacco fu preceduto da centinaia di bengala che illuminò a giorno la piazza, via xx settembre e via Chiapponi. Centinaia di bombe sventrarono case, portici, palazzi e cortili. Quella notte, in questo punto, morirono 70 piacentini…

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Dopo una notte rovente, gironzolavo per il centro in cerca del mio primo caffè, e questa mattina molto presto ecco che mi si è aperta davanti un’altra finestra sul tempo: la quattordicesima e probabilmente la più forte. In pieno Largo Battisti, proprio lungo quel muro dove molto spesso passo velocemente, ho potuto sbirciare per qualche istante nell’aprile del 1945 quando i partigiani sono già entrati in città, ma alcuni cecchini della Guardia Nazionale Repubblicana sparano ancora dai tetti e abbaini. Uno di questi, colpito a morte cade sul marciapiede…

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Una nuova, improvvisa e tragica finestra del tempo mi si è aperta davanti questa mattina mentre camminavo. Per la prima volta da quando è iniziato questo fenomeno temporale, ho potuto guardare per un istante all’interno di una giornata che già mi si era aperta in piazza Duomo: la mattina del 5 maggio 1944 dopo una notte di bombardamenti sulla nostra città, ma questa volta dalla prospettiva di via XX settembre…

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La sedicesima finestra sul tempo è la prima che ci regala una veduta “aerea”… Ero per caso su quel balcone che sovrasta piazza Cavalli, quando improvvisamente voltandomi a sinistra sono apparsi centurie di avanguardisti, giovani fascisti e premarinai intenti a sfilare da Largo Battisti verso la piazza. La gente ai lati osserva e saluta. Se aguzzate la vista potrete vedere che molto lentamente, dietro l’ultimo drappello, avanza un piccolo tram che faceva da spola tra S.Raimondo a Piazza Cavalli…

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Il caldo di questi giorni ha reso la città una fornace a cielo aperto, così, ho deciso di bighellonare in una zona del centro dove gli archivi storici mi dicevano essere spesso meta di un famoso sorbettiere, che con il suo grido, o squillo di trombetta, suscitava la voglia di gelato con il suo carretto bianco, nella speranza mi si aprisse una finestra sul tempo nel momento esatto. Sono stato molto fortunato, infatti l’ho scovato e si è pure accorto che lo stavo fotografando. Questa volta la finestra è stata più clemente, infatti rimanendo aperta un po’ di più, mi ha dato la possibilità di comprare un meraviglioso gelato alla panna e di scambiare due chiacchiere con il sig. Croci. Mi ha così spiegato che inizia il suo giro verso l’ora del tramonto in quelle zone che sa essere piene di bimbi che giocano per la strada e che infatti sarebbe sceso lungo via S.Franca per raggiungere il Pubblico Passeggio. Poprio mentre lo osservavo camminare lento di spalle, spingendo il suo carretto in quella direzione, si è chiusa la finestra e avevo finito il mio gelato..

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Questa mattina all’alba la diciottesima finestra sul tempo si è aperta proprio nella zona dove vivo e quando ho visto il tram proveniente da via Garibaldi venirmi incontro, ho compreso che se la mia macchina fosse stata parcheggiata al solito posto, avrebbe fatto la medesima fine di due settimane fa quando è stata speronata dal Bus di linea che a differenza dell’epoca però viaggia in senso opposto. Chissà se l’uomo di “oggi” con la maglietta rosa avrebbe salutato la donna che tiene la bimba per mano una volta passato il tram. Forse vivono entrami nella stessa zona, addirittura nello stesso palazzo, o per esagerare nello stesso appartamento, solo con quasi 100 anni di differenza…

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Oggi è il giorno del vale doppio, un po’ come la storia dell’uomo della tessera gialla incontrato da Jake Epping quando saltando nella fossa del coniglio arriva alle 11:58 del 9 settembre del 1958. Infatti, è la seconda finestra sul tempo che mi si apre da questa mattina alle 6, ed è accaduto proprio alle 11.58 in pieno largo Battisti. Un tizio con due valigie in mano sta correndo dietro al tram che gira in via Garibaldi, lo stesso che questa mattina abbiamo visto sbucare in piazza Borgo. Due ragazzini in mezzo al Largo, cuore pulsante della città, stanno conversando animatamente, e sembrano molto vicini all’inizio di una lite. All’estrema sinistra due uomini sono probabilmente intenti in una discussione di affari e se fossero nati qualche decennio dopo forse avrebbero potuto anche concluderli con il signore “di oggi” che alla loro sinistra sta passando vestito con un elegante abito scuro nonostante il gran caldo.


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Una nuova finestra mi è scappata dalla borsa proprio nell’ora dell’aperitivo… L’ho rincorsa e mi ha portato fino all’inizio di via Guastafredda…

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Ecco la 21esima finestra sul tempo apertasi questa mattina in vicolo S.Ilario… Io questa signora me la ricordo, da ragazzino abitavo a pocchi passi da lì. A lei per pochi spicci era possibile lasciare in custodia la bicicletta mentre si sbrigavano le faccende per gli allora ben diversi negozi del centro storico… Visto l’attuale bagno di sangue di furti di biciclette, potrebbe essere una vecchia/nuova soluzione… Una delle finestre a cui sono più affezionato..

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La 22esima finestra sul tempo si è aperta sotto le volte del Gotico nei primi del ‘900… Ovviamente quel che viene subito da domandarsi è: come mai quelle due gentil madame non sono sedute sui gradini stringendo in mano una bottiglia di birra Splugen comprata alla Sma là in fondo sulla destra, come da tradizione?

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Accettando la simpatica “sfida” di un’amica, è nata la 23esima finestra del tempo, che forse ancora una volta dimostra che non tutto è come la vecchiaia del vino…

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Anche questa mattina prestissimo, una nuova finestra sul tempo si è voluta aprire sulla mia strada… Ero verso la fine di via Scalabrini, quando all’improvviso davanti a me appaiano due uomini in tabarro e cilindro nero, decisamente fuori stagione… Alla loro destra un carretto appoggiato contro quella che dicono essere una delle più vecchie case della città… Disorientato sposto lo sgurado a sinistra e anche nella finestra sul tempo ho la conferma di essere in via Scalabrini essendo scritto sull’angolo della casa, probabilmente nei primi anni ’20 del ‘900…. Come sempre la finestra si è chiusa dopo pochi secondi, e io ho proseguito nel 27 agosto 2015…

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Il fiume in piena del “tempo” è esattamente come un fiume d’acqua, incontrollabile e sfuggente, soprattutto se vi ci immergi la mano nel tentativo di trattenerlo a te…

Nereo Trabacchi

Foto: Nereo Trabacchi

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L’uomo che parlava attraverso i libri…

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di Nereo Trabacchi

E così Nicola Ottolini morì a soli 67 anni.
Morì per un neppure troppo improvviso attacco cardiaco, dopo una vita dissoluta dove il suo unico motto sembrava essere “non rinunciare”, a una forchettata, a una bevuta, a una scopata e a un buon sigaro. Nessuno più di lui sembrava mai incarnare il detto “Bacco, tabacco e Venere, riducono l’uomo in cenere.” Infatti Nicola Ottolini fu cremato e la sua urna seppellita nel cimitero di Piacenza. Per molti forse una seccatura, per lui una meta tanto prevista, quanto prefissata. Fu trovato accasciato, sprofondato, irrigidito, nella poltrona preferita ubicata nella grande biblioteca della sua residenza, tra le migliaia di amati libri raccolti e catalogati in una vita intera. Prima di spegnersi, l’unico grande risentimento, e relativo calcolatissimo senso di colpa, era il mancato rapporto con la figlia Cristiana Ottolini, riconosciuta alla nascita, ma mai conosciuta veramente durante la vita, come spesso accade anche tra genitori e figli che passano decenni sotto lo stesso tetto. Ma con la discrezione dietro la quale Nicola Ottolini si celava con eleganza per non dover dire apertamente che ogni cosa per lui era una seccatura, decise di lasciare alla figlia la possibilità di conoscerlo, conoscerlo veramente, solo dopo la sua morte. A molti questo pensiero, progetto o goliardico tentativo, potrebbe apparire stonato se non del tutto infattibile, ma chiaramente per Nicola Ottolini non era stato un estremo e ultimo palliativo del non essere stato padre, quanto piuttosto un ingegnoso quanto ben architettato sistema per alleggerirsi dal suo senso di colpa, senza rinunciare in contemporanea a quanto di più amava nella vita, dopo i piaceri fisici: la lettura. Infatti, nel corso di tutti e 33 gli anni di vita della figlia Cristiana, ogni qual volta Nicola Ottolini acquistava un volume nuovo, o rileggeva uno di quelli già presenti nella sua biblioteca, apportava in calce, a piede, di costa, tra riga e riga di ogni pagina, non solo le personali annotazioni sull’argomento stesso del testo in questione, quanto i suoi stati d’animo di quel giorno, il menu degustato nelle ultime ore, il ritmo delle sue rabbiose copule, messaggi personali, liste della spesa, conti per la gestione domestica, rabbia contro lo stato, sdegno verso la chiesa, cattiveria verso i diversi, brevi poesie, e tutto quanto credeva importante. Quando Cristiana Ottolini ricevette in eredità la casa spoglia di tutto, ma imbottita di libri stampati e farciti dagli eleganti e riccioluti graffiti lasciati dal padre, temette per una questione di eredità genetica, per la propria salute mentale. Ma poi iniziò a intravvedere un barlume di stanca luce in quell’assurdo progetto, e sfilò il primo volume in basso a sinistra: le poesie scelte di Wislawa Szymborska. Un tomo di 500 pagine, dove la grafia di suo padre era inferiore per dimensione al carattere di stampa e superiore in numero di lettere. Un diario intimo e personale, inciso a inchiostro dentro la carta resa croccante dal tempo, a cornice di parole meravigliose. Il barlume di luce divenne una fiamma e i suoi occhi si inumidirono generando una lacrima che impiegò tanto tempo a percorre il magro viso e cadere a terra perché la testa di Cristiana Ottolini era rivolta leggermente verso l’alto, nell’atto di ammirare quello scaffale che presto le avrebbe raccontato così tanto della storia del mondo, dell’uomo, della cultura, della letteratura, della narrazione, della poesia e ovviamente di suo padre, prezioso Virgilio di tutto questo e di se stesso. Perché anche quando sembra troppo tardi, o si pensa di non essere mai stati in grado, non è mai impossibile trovare un modo per dire “questo è il mio di amore…”

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